Dal cuore di Mino Milani, lo scrittore pavese che, da più di settant’anni, ha casa davanti al «suo» San Pietro in Cielo d’oro, sono sgorgate queste pagine ariose e limpide su luoghi, figure, episodi della storia di Pavia, mescolati ad aneddoti – anche autobiografici, ma sempre in punta di piedi –, a riflessioni sull’allora e ora, a giudizi – quando occorreva, impietosi – sui concittadini. Il gioco corre sul filo della memoria, che – proprio come il cuore umano, manzonianamente – sappiamo essere un «guazzabuglio»: filtra tutto, gioie e dolori, è amorosa e partigiana. Sul palcoscenico sfilano così cavalieri e re, popolani e signori, traditori e giovani annegati, rovine e ruderi (come quelli, una ferita ancora aperta, della Torre civica crollata nel 1989), giardini, fiori da cortile, ragazze e professori. Di due santi i cui resti riposano in Cielo d’oro, Agostino e Severino Boezio, sono rilette alcune pagine mirabili. C’è, forse, un unico, costante “rumore di fondo”: il Ticino, che come l’Adda manzoniano ha «buona voce» ed è, è stato, compagno di vita e d’avventure per Mino Milani.