La dolce insolenza e la disperata vitalità di un autore diverso, eretico, luterano e corsaro: Pier Paolo Pasolini, perseguitato in vita e apparentemente scandaloso nella morte, quando invece il vero scandalo è stato quello “politico”, di chi lo ha fatto impunemente uccidere.Forse le radici del delitto vanno rintracciate nell’incompiuto Petrolio, una lucida denuncia dell’intreccio corrotto tra servizi segreti di Stato, grande industria pubblica e mafia.
Profeta indifeso, disilluso e incivile, perché quella era l’unica forma possibile di coscienza civile, Pasolini si è esibito come testimone autentico dell’epoca in cui viveva, sapendo di dovere pagare di persona. Questo scrittore scomodo si può rimuovere, svilire, calunniare. L’hanno fatto, quando era vivo, l’avanguardia e l’accademia e qualcuno ci riprova.
Gianni D’Elia fa rivivere invece Pasolini nella sua altissima integrità: il poeta dialettale e «poematico» in lingua, il saggista, il narratore e l’autore del «teatro di parola» e del «cinema di realtà».