Mai come durante il Risorgimento nazionale i pavesi hanno saputo osare e combattere. Qualche consonanza si può cogliere forse con i mesi gloriosi della Resistenza al nazifascismo di un secolo dopo, in pianura e sui colli dell’Oltrepo. È l’unica. Tra il Sette e l’Ottocento, Pavia è una città pigra e filoaustriaca, che poco si commuove alle notizie della rivoluzione del 1789; e la cosiddetta rivolta di Pavia contro Napoleone e i giacobini, lontana da ogni intento sociale, in realtà è un moto contadino pilotato dagli ambienti antifrancesi.
Poi, negli anni Trenta e Quaranta, gli ideali repubblicani di Giuseppe Mazzini e della «Giovine Italia» si diffondono impetuosi tra i giovani pavesi del tempo. E giunge la «primavera della patria», il 1848. Nel 1860, da Pavia partono con Garibaldi per la Sicilia in 250: 63 sono pavesi, insieme con i numerosi bresciani e bergamaschi che studiano presso l’Ateneo cittadino. Nel 1876 lo stradellino Depretis inaugura i governi della Sinistra. Gli succede l’unico sopravvissuto dei cinque fratelli Cairoli, Benedetto. Gli anni grigi del post-Risorgimento degli scandali finanziari, di Adua e dell’eccidio milanese di Bava Beccaris vedono Pavia irriducibilmente all’opposizione. Questo secolo e più di storia pavese è raccontato in presadiretta da Mino Milani, il più illustre e i più amato degli scrittori concittadini. Al testo si accompagnano fotografie originali spesso inedite, riproduzioni di quadri d’argomento storico e preziose stampe d’epoca.